Diario di bordo – Erasmus, your life in one year.

Cari viandanti,

Quando vinsi la borsa di studio per sei mesi di Erasmus a Barcellona, iniziai fin da subito a cercare su internet esperienze e testimonianze di persone che c’erano già state, che erano tornate e avevano condiviso con il mondo sprazzi della loro esperienza. Così, per farmi un’idea.

Ricordo ancora che incappai quasi subito nella frase che scoprii solo dopo essere tipica dell’Erasmus, che tutti usano prima, nel mentre e dopo il loro viaggio. “Erasmus is not just a year in your life, but your life in one year”, ossia “L’Erasmus non è soltanto un anno nella tua vita, ma la tua vita in un anno”. Pensai “ma dai, ecco un’altra frase fatta, esagerano con l’unico scopo di provocare invidie negli amici e conoscenti”.

Solo vivendola, un’esperienza del genere, si può davvero comprendere fino in fondo il significato di questa frase.

Perché adesso, appena tornata in Italia dopo un anno all’estero, sento di aver appena terminato di vivere una vita intera, come una parentesi di una vita parallela.

Era il 3 settembre 2016, il giorno del mio compleanno, quando, valigie al seguito, salii su un volo diretto a Barcellona. Avevo comprato il biglietto da mesi prima. Non aspettavo altro che partire. L’unica paura che mi attanagliava lo stomaco era legata proprio al biglietto che avevo tra le mani: era di sola andata, e io ero terrorizzata.

Inoltre, partire completamente da sola, senza conoscere nessuno del posto o che ci sarebbe andato per il mio stesso motivo, e senza conoscere nemmeno l’identità delle persone con le quali di li a poco avrei condiviso la casa, beh…di sicuro non aiutava affatto.

Quando arrivai in aeroporto, notai subito le scritte che svettavano in ogni dove, in 3 lingue: una lingua che non capivo e che non riuscivo ad identificare; una lingua che non capivo e che identificai come spagnolo; e poi il classico inglese.

Solo dopo appresi che la lingua predominante, a Barcellona, fosse il catalano.

“Bene.” mi dissi. “Fantastico. Non so una parola di spagnolo, e qui mi dicono che non solo parlano una lingua a me estranea, ma ben due!”

Ma poi mi costrinsi a pensare a tutto ciò che di positivo quel momento avesse. Non mi impegnai molto per riuscirci: il sole splendente che incontrai all’uscita, mentre mi dirigevo verso il treno che mi avrebbe portato in città, mi fece tornare a sorridere.

Un sorriso che durò un anno, e che non tolsi mai.

E poi le persone gentili e allegre che sbucavano ovunque furono una terapia: ero a Barcellona da sole poche ore, e già sentivo dentro di me una positività nuova, estranea, che a poco a poco avrei reso mia, grazie anche all’aiuto di persone straordinarie, e che avrei riportato in Italia, con la consapevolezza che non l’avrei più lasciata andare.

Perché ho avuto modo di conoscermi meglio, e ciò di cui non ho più alcun dubbio è che voglio poter riuscire a sorridere sempre, qualsiasi cosa accada.

Le valigie erano troppo pesanti per una persona sola, ma ricordo che, anche se con fatica e dopo aver viaggiato molto, riuscii a raggiungere casa. L’avevo trovata su internet, avevo parlato con i proprietari via email ma non sapevo assolutamente cosa avrei trovato.

Devo ammettere di essere stata fortunata: la casa era perfetta, piccolina ma molto moderna e dall’aria accogliente, la mia nuova stanza era un gioiellino, me ne innamorai subito.

Con le coinquiline non andò benissimo, anzi non andò come mi aspettavo. Non avevamo gli stessi orari e gli stessi interessi, eravamo completamente diverse. Però adesso posso affermare che anche con loro ho condiviso dei bei momenti, seppur pochi e nonostante non abbiamo mai legato molto. Però, in fondo, non mi dispiaceva troppo: stavo iniziando ad essere positiva, vedevo in tutto ciò un aspetto a me favorevole: mi sarei dovuta costringere a crearmi degli amici e una vita fuori.

Eccome se poi, alla fine, ci sono riuscita!

L’università si raggiungeva con il treno, precisamente con la linea S2 o S55 del Ferrocarril. Ricordo quando scesi per la prima volta nella fermata all’interno dell’università (sì, il treno porta direttamente dentro il campus universitario!). Scesi le scale e mi trovai la scritta “indipendencia” con i colori della bandiera catalana proprio sulla parete di fronte.

“Benvenuta nell’Universitat Autónoma de Barcelona” dissi a me stessa, respirando quell’aria che poi sarebbe stata il mio pane quotidiano per i successivi dieci mesi.

E dopo un inizio vissuto a rallentatore, tutto prese il volo: le esperienze, le prime volte, le feste, le risate, gli amici internazionali, gli amici del posto, l’imparare ad amare le differenze, il viaggiare, il divenire compagni, il piangere, il salutarsi, il provare sport nuovi, gli arrivederci e gli hasta pronto. Tutto si susseguì senza freni e io, nel frattempo, arricchivo il mio bagaglio culturale e quello fatto di ricordi.

Ricordo le prime conoscenze, quelle importanti e quelle un po’ meno. Ricordo tutti, sia chi ho conosciuto solo per qualche minuto, sia chi mi porterò dietro per sempre.

L’Erasmus non ti regala solo esperienze, ti regala una famiglia. Una famiglia fatta di persone di tutte le parti del mondo. E con me, l’Erasmus è stato davvero generoso, perché non mi ha regalato una famiglia, ma due: all’inizio è stata dura, non riuscivo a conoscere nessuno, vedevo che tutti si divertivano e se la spassavano alla grande… E io no. Poi, pian piano, iniziai anche io a farlo, a divertirmi. Capii che quello che un giorno sarà uno dei tuoi più grandi amici e compagni di viaggio, può essere incontrato anche al supermercato. Appresi ad aprirmi, a mettere da parte la timidezza. Mi scoprii una ragazza davvero espansiva, con tanta voglia di conoscere gli altri e il mondo. E poi, ho conosciuto anche persone del posto, persone che mi sono entrate dentro e si sono piantate dentro di me, senza una via di uscita. Persone che mi hanno insegnato a parlare lo spagnolo parlato per le strade e che si sono divertiti nel farmi provare a sostenere conversazioni in catalano. Loro sono la mia famiglia del cuore, quella che, prima che me ne andassi, mi ha riempito il cuore dicendomi che sempre ne farò parte, quella che sempre c’è, nonostante la distanza, quella che ormai ho imparato a chiamare catanola perché non è vero che tutti quelli che abitano in catalogna si sentano solo catalani.

E poi c’è l’altra famiglia, quella internazionale, quella con cui ho condiviso i momenti più “locos”, quella che mi ha accompagnato nei viaggi alla scoperta di un paese meraviglioso, quella delle risate e delle mattine passate a dormire perché… Beh, perché non è stato fatto di notte. Quella dei letti condivisi, e delle spalle offerte gratuitamente; quella delle corse in ospedale e dai traguardi raggiunti che, a festeggiarli insieme, assumono davvero un senso. Quella delle feste in terrazza e delle serate passate a vedere film con tanto di pop corn e patatine; quella delle feste di despedidas, quando gli altri se ne tornano a casa e tu pensi che mai nessuno mette in guardia su quanto ci sia qualcosa di molto più difficile che iniziare a farsi degli amici, ed è vederli andare via, o che più difficile dell’inizio, è la fine, quando sei tu a dover salutare tutti, a dover guardare per l’ultima volta la stanza che era un po’ diventata tutta casa tua, e poi non sapere se, dove e quando rivedrai quelle stesse persone che per un anno hanno fatto parte della tua quotidianità. Beh, Tutto questo fa abbastanza paura. Paura di non riuscire più a tornare alla vita di sempre, paura che tutte le persone lasciate indietro un giorno se ne possano andare dalla tua vita, causa cambiamenti e soprattutto distanze. Ma poi ti rendi conto che l’erasmus crea legami forti, indissolubili, e ti senti improvvisamente ricca. Ricca di tutti i volti e di tutti i sorrisi che ti sono stati donati.

E poi c’è il provare sempre nuove esperienze, c’è la soddisfazione nel vedere te stesso realizzato in qualcosa che prima… Beh, non pensavi potesse fare al caso tuo.

Io personalmente ammetto di aver sfruttato l’Erasmus anche per provare sport nuovi, e per tornare ai vecchi. Mi sono iscritta di nuovo (dopo tanto tempo che l’avevo abbandonata) in piscina, mi sono iscritta ad un corso di Surf e mi sono innamorata della sfida che ad ogni lezione mi ponevo di fronte: alzarmi dalla tavola. Eh no, ragazzi, non è facile per niente! Ma provatelo, vi prego provatelo, è uno sport meraviglioso. Credo di non essere mai riuscita a sentire sulla mia pelle la libertà come in quei momenti, sola con la mia tavola e il mare aperto. E poi le giornate passate a fare skate, a sfrecciare sul lungomare fino a notte fonda, fermandomi solo per guardare il tramonto tingere di rosa e giallo quello stesso mare che tanto avevo imparato ad amare e a rispettare… Tutto questo seduta in spiaggia, di fronte ad una cerveza, e circondata dai discorsi sul più e sul meno dei miei amici, di coloro che oltre ad avermi insegnato a prendere una tavola e a riuscire a sfrecciarci per le strade della città, mi hanno anche insegnato ad amare la vita, anche solo per momenti come questi.

Quando mi ritrovai ad entrare senza rendermene conto in una famiglia, una grande famiglia spagnola, non capii bene perché. Successe tutto troppo velocemente: era gente del posto, conosciuta in università e poi come amici di amici, così, senza motivo, mi iniziarono a voler bene, ce ne andavamo spesso a ballare insieme, mi invitavano a casa loro, al pranzo della domenica con le loro stesse famiglie. Mi insegnarono tante cose sulla loro cultura. E io mi chiesi sempre perché, cosa avessi fatto di così speciale per meritarmi tutto questo.

Poi capii. Così, quando meno me lo aspettavo. E successe nel modo più impressionante possibile.

Spesso mi passavano canzoni spagnole. Non raggaeton e ritmi latino americani, no no. Spagnole vere e proprie. Imparai ad amare la loro cultura musicale, e mi portarono con loro in un viaggio di sei ore in macchina, verso la desolata Villarobledo che per quei cinque giorni d’aprile si era popolata di più di trecento mila persone. L’occasione? Un festival di music spagnola, uno dei più importanti di tutto il paese: concerti giorno e notte, diverse zone a seconda del genere musicale.

Ballai, ballai tanto, e tutto tranne che raggaeton: ballai in prima fila ad un concerto rock, rischiando di venire schiacciata dai buchi che la gente riempiva saltando e dando gomitate a destra e a manca. Però io avevo la mia famiglia, e si misero di fronte a me per proteggermi, mi abbracciarono per proteggermi. Ballai musica raggae e mi scoprii un’amante di questi suoni, ballai dance, elettronica, ballai sulle note delle canzoni rap.

Ciò che più mi sorprendeva era il fatto che, ad ogni concerto, cantassi a memoria (e a squarciagola) quelle canzoni in lingua spagnola che all’inizio dell’esperienza nemmeno riuscivo a capire e che erano state esse stesse parte integrante del mio apprendimento linguistico.

E poi c’era il campeggio, una tenda per cinque persone occupata da molte di più. Il mal tempo e le difficoltà, le risate e il conoscere gente a caso, l’immergersi completamente in un’altra cultura. Perché tutti erano spagnoli e mi raccontavano della storia del luogo da dove provenivano, e io mi sentivo così speciale perché stavo vivendo tutto quello.

Imparai ad amare sconosciuti. Mi ritrovai a pensare a quanto fossero belli i festival. Mi ritrovai a volere un mondo come un intero grande festival, fatto di bicchieri condivisi, risate donate, pacche sulle spalle date quando si passa tra la gente, anche se non ci si conosce, di momenti condivisi anche con chi ti si è presentato il giorno prima.

E fu durante un concerto rap, che capii. Capii perché le persone, in Spagna, non siano come noi. Capii perché danno tanto e non ti chiedono, né si aspettano, nulla in cambio. Lo capii quando vidi tutta la folla, enorme, cantare a tutto volume il verso di una canzone che si ripeteva per quello che pensavo sarebbe stato l’infinito.

Cuanto más amor das, mejor estás.

Più dai amore, più stai bene.

Così ripeteva il ritornello.

In quel momento capii tutto, lo capii guardando gli occhi della gente illuminarsi nel ripeterla.

Capii che loro sono fatti così: danno amore non per riceverlo in cambio, ma perché così stanno meglio.

E anche io, per la prima volta, mi sentii libera, libera dalle costrizioni sociali e libera di amare semplicemente perché ne avevo voglia. Libera di incrociare lo sguardo di una sconosciuta, vederla sorridere di pura gioia e, anche se non sapevo nemmeno perché fosse tanto felice, essere contenta per lei, per il suo sorriso.

E sì, il ritorno è dura, perché si torna in un posto che non è cambiato, tra persone che non sono cambiate, quando tu non sei più la stessa.

Certo, è difficile dire addio, o meglio, hasta pronto, alle tue nuove abitudini, ai tuoi amici, alla tua città, alla tua nuova famiglia. Ma, fidatevi di me, ne vale la pena: partite. Che sia per un erasmus o per una vacanza, che sia per qualche giorno o per un anno, che sia in macchina o in aereo… Partite. Fatelo per voi stessi, fatelo perché ve lo meritate, fatelo perché guardare il cielo stellato ti arricchisce molto di più di quanto possa fare guardare lo schermo di un telefono.

Partite ricreatevi. Scoprite posti nuovi e scoprite voi stessi.

Non indugiate: qualsiasi sia la vostra età, è il momento giusto.

Sempre è il momento giusto per partire.

 

 

Vostra,

Viaggiatrice Incallita.

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14 pensieri su “Diario di bordo – Erasmus, your life in one year.

  1. 2HE ha detto:

    Ciao viaggiatrice incallita, come stai ? Ho letto il tuo ultimo post, e c’è una frase che condivido e per me molto importante : “Più dai amore, più stai bene.” . Anche se è solamente un ritornello, vedere per una tua azione un sorriso da un’altra persona è molto gratificante, ti fa sentire realizzati e aiuta tutti . Senza ombra di dubbio viaggiare ci arricchisce , ci fa vivere nuove esperienze e ci rende più “malleabili ” nella vita e soprattutto permette di vedere essa da una prospettiva diversa , più vasta. Ecco perchè sono d’accordo su ciò che racconti in questa piccola parte del tuo blog. Sono contento per te, per l’esperienza che hai vissuto, e sono convinto che la porterai con te per sempre . Proprio per questo a mio parere, il ritorno è” duro” , ma allo stesso tempo questa piccola sensazione di disagio viene sopraffatta da un senso di consapevolezza e realizzazione , realizzazione di essere tornati nel posto in cui si vive migliori di prima e fieri di aver superato prove e ostacoli che hanno contribuito a formare chi siamo e dove siamo adesso.
    A proposito di questa ultima cosa, mi piacerebbe condividere con te una mia riflessione personale: essere continuamente in viaggio per il mondo(per lavoro, svago , erasmus o quant’altro) non può far perdere quella voglia di scoprire , e quell’adrenalina che accompagna questa prime esperienze e trasformale in vita quotidiana o ancora, secondo te essere continuamente in viaggio(estremizzando senza una casa stabile) può essere uno stile di vita sostenibile ?
    A presto . ciao

    2HE

    Piace a 1 persona

    • Viaggiatrice Incallita ha detto:

      Ciao carissimo!
      Innanzi tutto, sono completamente d’accordo con te sul tema della ricchezza che il viaggiare dona e su quello del duro ma soddisfacente ritorno.
      Per quanto riguarda le tue domande, cercherò di darne una risposta quanto più esaustiva, anche se mi sento di farlo con un occhio soggettivo: credo che il viaggiare non sia fatto per tutti, e credo che dipenda molto dal carattere della persona. Infatti, nella mia vita, ho conosciuto persone che non riuscivano a stare ferme ed altre che vedevano il viaggiare come un estremo disagio. Per questo motivo, mi sento in dovere di parlarti di come io viva questo tipo di esperienza.
      1) Secondo me, essere continuamente in viaggio non porterà mai il viaggiatore a perdere la curiosità e l’adrenalina, trasformando l’atto stesso del viaggiare in abitudine… sono invece convinta del contrario: viaggiare implica spostarsi, cambiare, scoprire sempre nuove strade, nuovi volti, ascoltare infinite lingue e dialetti diversi e fare esperienze sempre estremamente diverse. Come può qualcosa che ha alla base il cambiamento (perché viaggiare, appunto, è CAMBIARE) risultare noioso e ordinario?
      2) Secondo me, sì. Nel mio piccolo, devo dire di aver incontrato (anche grazie alla mia permanenza in una città accogliente come Barcellona) tanti viaggiatori, nomadi che, con un furgone come casa, girano il mondo, sostenendosi con ciò che più sanno far meglio: musica, sport, arte, un mestiere in particolare, e così via… credo che anzi una vita del genere, oltre ad essere sostenibile, sia anche più “autentica”, perché ti costringe a trovare te stesso, a capire come sei fatto davvero, e a sfruttare le tue capacità per sopravvivere. Inoltre, ti insegna a vivere con il necessario, ti insegna che molte cose, che magari adesso, belli comodi sotto il tetto di casa nostra, ci risultano indispensabili, in realtà non hanno assolutamente importanza. Sì, credo proprio che sia sostenibile. Non dovremmo guardare uno stile di vita del genere con gli occhi di adesso, influenzati da una società capitalistica e dalle comodità di tutti i giorni. Dobbiamo guardarla come una vita ridotta all’osso, ridotta alle sole cose che sono indispensabili, e ti renderai conto che a procurarsele non ci vuole molto. In più, al giorno d’oggi, ci sono tanti modi per fare del viaggio uno stile di vita sostenibile. Mi viene in mente, per citarne solo uno come esempio, il sito Workaway che raggruppa infinite offerte da tutte le parti del mondo, per chi vuole lavorare in cambio di vitto e alloggio, anche solo per un breve periodo. È una vita fuori dall’ordinario, questo sì, ma non di sicuro impossibile né privo di felicità (anzi), e le numerose storie di chi ha abbracciato questo stile di vita ne sono le testimonianze.
      E tu, cosa ne pensi?
      A presto,
      V.I.

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      • 2HE ha detto:

        Ciao Viaggiatrice , si è vero . Ho letto libri di persone continuamente in viaggio che per guadagnarsi da vivere lavorano su internet tramite piattaforme come “Workaway”. Alla fine riflettendo su e cercando di essere più oggettivo possibile mi rendo conto che viaggiare (intendo sempre in viaggio e non per vacanza ) è semplicemente una scelta o stile di vita, non è ne giusto e ne sbagliato, è semplicemente una scelta. A tal proposito vedremo chissà in futuro qualche libro sull’argomento , anche testimonianze approfondite qui sul blog ?

        Ciaoooo a presto 😉

        Piace a 1 persona

      • Viaggiatrice Incallita ha detto:

        Certo, sono completamente d’accordo: viaggere alla fine è uno stile di vita 😉
        Certo, prima o poi tratterò sicuramente nello specifico uno o più libri di questo tipo, che abbiano cioè come tematica il viaggio 😉
        A presto caro,
        V.I.

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